Il fulcro dell’ultima ondata di critiche riguarda l’inopinata nomina politica di Lord Mandelson, 72enne ex ministro e figura controversa del New Labour, ad ambasciatore del Regno Unito presso la corte di Donald Trump. Questa nomina, decisa l’anno scorso, è stata revocata solo pochi mesi dopo a fronte di ulteriori rivelazioni sul caso, che hanno portato anche al siluramento di numerosi funzionari dello staff di Downing Street. La credibilità di sir Keir è ora seriamente compromessa, con l’opinione pubblica che si interroga sulla sua trasparenza e sulla gestione di una questione così delicata.
Le bugie in Parlamento e il capro espiatorio
L’ultima e più scottante rivelazione, emersa grazie a una ricostruzione del Guardian, riguarda il fatto che Mandelson non aveva superato le verifiche dell’Uk Security Vetting al momento della sua designazione per l’incarico diplomatico. Questo significa che non aveva l’autorizzazione necessaria per accedere ai segreti della sicurezza nazionale. Ancora più grave, i servizi d’intelligence dell’MI6 avevano espresso un parere negativo, che sarebbe stato “ignorato irritualmente” dall’apparato ministeriale. Questa scoperta sembra smentire direttamente le precedenti dichiarazioni di Starmer, che nei mesi scorsi aveva ammesso un “errore di giudizio” nella scelta, ma si era trincerato dietro il rispetto di tutte le procedure formali di ‘vetting’ davanti alla Camera dei Comuni.
Per negare l’accusa di aver mentito in Parlamento – un’offesa che, secondo gli standard di condotta britannici, dovrebbe portare alle dimissioni – il premier e i suoi fedelissimi hanno scaricato la colpa su Olly Robbins, segretario generale del Foreign Office. Robbins è stato additato come colui che non solo avrebbe scavalcato le riserve degli 007, ma avrebbe anche evitato di informare sia sir Keir (addirittura fino a questa settimana) sia l’allora ministro degli Esteri, David Lammy. Questa tattica del “capro espiatorio” solleva ulteriori interrogativi sulla catena di comando e sulla responsabilità all’interno del governo laburista.
Un futuro incerto: pressioni e conseguenze politiche
La posizione di Keir Starmer è diventata insostenibile per molti, con richieste di dimissioni che si fanno sempre più pressanti. Dalla capitale francese, dove si trovava per un vertice sullo Stretto di Hormuz, Starmer si è dichiarato “assolutamente furioso”, giurando di essere stato lasciato all’oscuro da Robbins in modo “imperdonabile” e “sconcertante”. Tuttavia, queste giustificazioni appaiono sempre meno credibili non solo all’opposizione ma anche a diversi esponenti laburisti, incluso il capofila del partito in Scozia, Anas Sarwar, che da tempo è favorevole alle sue dimissioni.
Lunedì si preannuncia una giornata rovente per il premier: dovrà affrontare l’aula ai Comuni per “rettificare” quanto dichiarato in precedenza e tentare di salvare una presunta “buona fede”. Nelle stesse ore, Olly Robbins, il funzionario scaricato, sarà chiamato a dire la sua davanti alla commissione parlamentare, offrendo potenzialmente nuovi dettagli cruciali. I portabandiera di tutti i partiti rivali – dalla conservatrice Kemi Badenoch al trumpiano Nigel Farage, fino alla sinistra scozzese – sono pronti a inchiodarlo, rinfacciandogli di essere “un bugiardo o un incompetente”, se non “entrambe le cose”. L’epilogo di questa crisi politica, che non pochi analisti giudicano solo questione di tempo, potrebbe materializzarsi in caso di prevedibile disfatta alle elezioni amministrative del 7 maggio, un test cruciale per la sua già traballante leadership.

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